I bronzi di Michelangelo e le teste di Modigliani

Michelangelo_new-R439_thumb400x275 Due bronzetti di un metro, uomini nudi che salutano con la mano alzata, cavalcando due pantere, sono stati venduti da Sotheby’s, nel 2002, come opera del Maestro Benvenuto Cellini. Passati 13 lunghi anni, il Fitzwilliam Museum di Cambridge, per bocca del Professor Paul Joannides annuncia che le statuette, invece, sono da associare a Michelangelo, poiché altro non sono che la realizzazione bronzea di alcune bozze che sono riconducibili ad un apprendista dell’artista conservato al Musée Fabre di Montpellier. Il mondo degli esperti, però, mugugna ed ha più di qualche dubbio, poiché anche se le schiene dei due uomini hanno la possanza muscolare della fisionomia amata dal Michelangelo, le pose, in realtà, risultano frivole e un po’ yè yè. La partita è aperta e, come recitano le cronache, avremo conferma o smentita sulla loro paternità, in luglio, dopo una lunga serie di esami. Ma non vorrei, però, che finisse come il più grande bluff della storia dell’arte: le famose teste di Modigliani. TRE-TESTE-MODIGLIANI Correva l’anno 1984, Vera Durbè, sorella di Dario, sovrintendente della Galleria d’arte moderna di Roma, allestì una mostra celebrativa di Modigliani a Livorno. Nonostante la pubblicità e lo sforzo, la mostra riuscì ad ospitare solo 4 delle 26 sculture riconosciute dell’artista ed è così che, considerata la scarsa attrattiva, non ci fu l’affluenza di pubblico sperata. La Durbè, allora, ritenne che per consacrare definitivamente la mostra, occorresse escogitare qualcosa di clamoroso che la collocasse in un contesto mediatico nazionale, per cui, furbetta, rispolverò una vecchia leggenda. Si narrava, infatti, che Modigliani, negli anni giovanili, avesse gettato quattro sue sculture nei fossi, poiché le riteneva brutte ed insoddisfacenti.Ecco che la Durbè, fece progettare appositamente un’escavatrice e, con scialo di finanze, organizzò la dragatura dei fossi livornesi alla ricerca dell’”arca perduta”. Stampa e tv s’impossessano della notizia e, seguirono i lavori di recupero assieme ai cittadini livornesi che ad ogni alzata di benna si lasciavano scappare degli “ohhhh” di disappunto, mentre la macchina faceva riaffiorare vecchi pneumatici, qualche scarpone e biciclette di varia taglia. Ma la cassa di risonanza crebbe a beneficio della mostra, infatti, la genialata della Durbè funzionò a meraviglia portando in soli due giorni, 50.000 presenze a Livorno. Grande Direttrice! «Continuavano a non trovare niente, così abbiamo deciso di fargli trovare qualcosa». State attenti; questa frase datata 30 anni prima e pronunciata da tre ragazzini, è il prologo di quanto accadde poi. La mattina del 24 luglio, forse il penultimo giorno di lavoro, la melma del Fosso Reale, alle 9 di mattina in punto, consegnò alla benna dell’escavatrice una pietra lavorata che richiamava un volto primitivo. Miracolo! La notizia arrivò ovunque; la città di Livorno, finalmente, sorrise e per la Durbè si prospettò la gloria eterna. Tutto il mondo dell’arte parlò dell’avvenimento e, mentre, altre due teste furono trovate nei giorni successivi, in diretta Tv un’ammucchiata di esperti, critici, benemeriti e autorevoli tromboni, sentenziarono e certificarono, senza dubbio alcuno, l’autenticità delle opere. Evviva! Furono così sicuri che, per celebrarle subito, vennero esposte nella mostra in corso al Museo di Villa Maria; un grande successo.Tutto filò liscio fino ad un mese dal ritrovamento, poi, un pomeriggio, tre filibustieri: Pietro Luridiana, Michele Ghelarducci e Pierfrancesco Ferrucci si presentarono nella redazione di Panorama dichiarandosi autori della burla. Costoro, tra mille risate, avevano scolpito la faccia e, quatti quatti, di notte, l’avevano buttata vicino all’escavatrice.Furono bravi anche a “trattare” con Panorama , l’esclusiva della notizia e lo scoop di una foto che li ritraeva mentre eseguivano la testa, la seconda ripescata, fruttarono ben 10 milioncini di lire. ragazzi Con qualche scalpellino e un trapano Black&Decker (la B&D vendette qualche milione di pezzi in più poiché sulla vicenda costruì una campagna pubblicitaria mondiale) i tre, realizzarono una delle sculture che gettarono in attesa del suo ritrovamento. black&decker Gli organizzatori, gonfi di gloria ed indaffarati a rilasciare interviste, non credettero alla versione dei tre ragazzi, anzi li accusarono di mitomania, tanto che , pur di dimostrare di aver detto la verità, i cattivi ragazzi , replicarono in diretta tv un altro falso impiegando pochi minuti e il fido Black& Decker. angelo-froglia-falsi-modì Il conto non tornava, se tanto mi da tanto, avanzavano ancora due teste, per cui, il critico Federico Zeri, uno degli scettici della prima ora, temendo il peggio e, cioè che tutte fossero false, fece un appello in diretta tv. Spiazzando un po’ tutti, Zeri esortò il presunto autore delle altre due testoline, ad uscire allo scoperto al fine di chiarire, in onore dell’arte, definitivamente, la vicenda.Il falsario non si fece attendere e, balzò agli onori della cronaca, tal Angelo Froglia, pittore, provocatore, scaricatore di porto e comunista (che a garanzia del suo gesto possedeva anche un video della creazione), il quale, dichiarò di aver concepito le sculture come un’opera artistica concettuale e provocatoria che doveva dare una scossa al “sistema”. Insomma, con dei falsi, voleva smerdare critici, esperti e storici e dimostrare al mondo che non solo sono presuntuosi ma anche  anche un po’ coglioni. Sticazzi che botta. Oltre ad essere uno degli scherzi più riusciti, la storia delle teste, stroncò la carriera e l’onore di Sovrintendenti (Carlo Durbè) , sacri critici d’arte (Brandi , Giulio Carlo Argan e Carli) e decretò la fine della carriera di Vera Durbè, la direttrice che come Indiana Jones inseguiva le chimere. La povera Livorno, passò “dalla gloria internazionale alla derisione intercontinentale” mentre, le estasi orgasmiche di coloro che avevano magnificato quei pezzi di pietra scalfiti a cazzo, cessarono ma, non senza scomodare, come giustificazione, scenari apocalittici, quali: complotti, di mafia, attacchi personali, golpe e altri cazzi & mazzi. Questa storia potrebbe finire qui, ma … accadde ancora qualcos’altro. Nel 91,quando la storia delle teste si era assopita, uno stilista, Mr. Saracino, notò altre teste scolpite accatastate in un angolo della carrozzeria di un tale Carboni. Conoscendo la leggenda e fiutando un possibile affare, Saracino dichiarò il proprio interesse per le teste e concordò con Carboni un compenso del 50 per cento sul valore che sarebbe riuscito a cavarne fuori nel caso fosse riuscito a venderle. Saracino, confortato da un parere di Carlo Pepi (massimo esperto delle opere di Modì) sulla loro autenticità, cominciò a chiedere ,insistentemente, alle istituzioni, musei ,sovrintendenze e Commissioni ministeriali anche un loro pronunciamento che, purtroppo, non arrivò mai, poiché nessuno ebbe il coraggio di pronunciarsi né per il si, né per il no e né per il ni. Nel frattempo, la vicenda finì in tribunale, perché la famiglia “Solicchio” accusò Carboni ,il carrozziere ,di essersi impossessato delle opere prelevandole da un loro terreno. La svolta giudiziaria, impose che le nuove teste venissero periziate e, udite bene, esse furono dichiarate false da un esperto che le confrontò con un ‘altra opera del maestro , che poi, udite ancora meglio, verrà dichiarata falsa in un successivo momento. Opere ritenute false perché confrontate con una opera vera del maestro che poi verrà ritenuta falsa. Nemmeno il miglior Diabolik avrebbe potuto far di meglio. E, come nei migliori gialli, durante il processo per falso a Saracino & c., la difesa tirò fuori uno schizzo originale di Modigliani esposto in una mostra che richiamava, badate bene, una delle teste sotto accusa. Nuovo colpo di scena, le teste potevano essere di Modì, così, nell’imbarazzo generale, si prospettò un clamoroso dietro-front ,con la vicenda che ripiombò nel pantano del vero,non vero, vero a metà. Un fatto comunque è certo, i tre compari, Saracino, Pepi e Carboni,furono assolti dall’accusa poiché si configurò l’ipotesi, a questo punto, agghiacciante, che le opere potessero essere autentiche visto lo schizzo ma anche la presenza di alcuni segni cabalisti presenti su entrambi. Tra udienze, spostamenti di aule e rinvii, una delle tre teste scomparve, mentre le altre due , vennero collocate in un misero deposito giudiziario in attesa della fine della controversia. Oggi,se non sono sparite, dopo 24 anni , giacciono ancora lì e, il mondo, la Durbè, voi, gli eredi Solecchio, Livorno tutta e l’ignaro appassionato d’arte slovacco, non sanno ancora e, mai sapranno se sono vere o false. Che dire? blackdeker1-maxi Finale: Ma se i tre ragazzi, non fossero andati a “Panorama” con la foto a spifferare la burla, che ne sarebbe stato di questa storia e del mio post ??? Eh?

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