Mille palloncini colorati e..un sogno.

Padre Adelir Antonio de Carli, prete brasiliano di quarantuno anni, aveva un sogno.
Sognava di costruire una grande area e dei locali da adibire a “ristoro spirituale”, così da poter fare bene il suo lavoro; redimere tanti camionisti e tanti peccatori, anche i più incalliti.
Ma, occorrevano tanti soldi che lui non aveva , però , aveva delle idee e, una su tutte, che la maniera più efficace e veloce per fare cassa era quella di stabilire un primato.
Un record avrebbe attirato l’attenzione della pubblica opinione e ,con essa ,beneficenza, erogazioni liberali, donazioni e quanto di più utile alla sua causa.
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Padre Antonio, già definito “incosciente” dal proprio istruttore di volo che, lo aveva espulso anche dalla scuola per atti di indisciplina e per aver messo più volte in pericolo la sua vita in volo, decise che avrebbe tentato di battere il record di 19 ore di volo, attaccato a mille palloncini colorati e gonfiati ad elio e percorrere così la distanza di 750 km.
Prima della grande impresa, “il prete volante” , sperimentò con successo il volo coi palloncini , infatti nel gennaio 2008, fece un giretto di quattro ore dal sud del Brasile fino all’Argentina. Tutto era andato alla perfezione e lui era diventato quasi un esperto, impadronendosi , una volta decollato, degli unici comandi possibili: prendere quota e far scoppiare i palloncini per virare o compiere altre manovre nel vento.
Il giorno 20 aprile del 2008, celebrò messa e, nel primo pomeriggio, nonostante la pioggia fine e il vento forte, indossò la tuta termica, prese un GPS e due telefonini e con i suoi mille palloncini si alzò in volo verso il cielo per cogliere il nuovo record di permanenza in volo.
Ma, come accade solo in alcune storie, il vento cambiò direzione e, invece di accompagnarlo sull’asse litoraneo lo condusse in mare aperto.Verso l’infinito.
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Padre Antonio smanettò inutilmente per ore sul Gps che non sapeva usare, mentre le pile dei suoi cellulari cominciarono scaricarsi e, invece di paracadutarsi in mare e farsi salvare,come avrebbe fatta la maggioranza degli umani, tentò il tutto per tutto continuando la sua avventura e confidando nella fede che lo sorreggeva.
Solo dopo otto ore, il suo navigatore mandò un segnale alle autorità portuali presenti al campo base del porto di Paranagua, punto di partenza, poi, il nulla.
Quel nulla si protrasse per 90 giorni, l’unico cenno,dopo qualche giorno dalla partenza, una sessantina di palloni che furono avvistati galleggiare al largo delle coste brasiliane.
Sarebbe bello a questo punto della storia dire che Padre Antonio fu ritrovato su di un isola deserta, magari, con 10 fratture o che lo avevano avvistato intrappolato su una montagna , niente di tutto questo.Nessun lieto fine e, non ci fu alcun miracolo.
Forse il Signore non fu benevolo o forse l’impresa in sé era troppo ardua, qualcuno disse , addirittura , che il “prete volante” era stato uno stupido che è andato incontro ad un suicidio sicuro, comunque sta di fatto che, Padre Antonio terminò la sua avventura dopo tre mesi e a circa 1500 km da Paranagua, il luogo da cui era decollato.
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Un rimorchiatore della compagnia petrolifera brasiliana Petrobas, il 30 luglio del 2008, raccolse i suoi resti ancora imbragati nel paracadute, chiudendo definitamente così la storia un po’ bizzarra di quel prete che, “stupidamente”, smise di avere paura come tutti gli uomini e si affido’ senza remore a mille palloncini colorati e ad una sua profonda convinzione : sia fatta la volontà di Dio.
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Io, sto con loro.

Da qualche giorno ,Baldini, ha ricominciato a strombazzare ai 4 venti le stesse cose che ripete da mezzo decennio. Debiti, gioco, stress ma, personalmente, non riesco a capire cosa vuole di preciso e in concreto.
Forse è in cerca di finanziatori , forse vuole che qualcuno parta con una raccolta “pro-Baldini” o più semplicemente, vuole attirare su di sé le morbose attenzioni dei suoi fans e sentirsi dire “ Povero Baldini” “che sfiga”, “ “dai che ce la fai”.
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Morgan ha, come nelle edizioni precedenti di Xfactor , fatto la sua solita sceneggiata. Per la verità, quest’ultima , triste e anche un po’ cafona. Un talento che ricorre sempre più spesso al colpo di scena, per poi, riaccucciarsi e godere del compenso e dei soft-drinks. Potessi , lo caccerei dal programma a pedate nel culo.
L’ultimo della fila é Iacchetti, modesto giullare baciato dalla fortuna che , lamenta di aver dato fondo ai suoi averi per le scommesse e annuncia che presto rimarrà senza soldi. Rivuole il suo posto a “Striscia la notizia” per sbarcare il lunario.
Che tristezza. Eccoli, nonostante sia toccata loro una sorte benevola ; piena di soldi , luci e paillettes si agitano nei fondi limacciosi dello stento e del peggior melodramma.
Eccoli, in cerca di una solidarietà che è impossibile a darsi e che, onestamente, non meritano nemmeno.
Cari: Mora, Morgan, Iacchetti, Baldini e compagnia cantante, bisogna essere solidali con chi lotta tutti i giorni per arrivare alla fine del mese e, non con voi che avete conosciuto la fortuna, il privilegio, onori e denari a pioggia.
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E poi, c’è una differenza sostanziale , che voi scommettete le vostre fortune per la scarica adrenalinica in totale spregio del valore dei soldi,loro,scommettono sulla loro vita tutti i giorni per avere un esistenza dignitosa, per sé e per i propri cari.
Io, senza incertezze, sto con loro.

Come rieducare un politico di professione e ricondurlo ad una vita normale.

Prendere un politico a tarda sera e condurlo verso il suo armadio, accertarsi che appenda il suo completo Canali, quindi, far sparire la sua camicia su misura e sbarazzarsi delle scarpe Campanile in coccodrillo.
La cravatta Marinella o Hermes potete lasciargliela come ricordo.
Poi, piazzare un maxi lucchetto a combinazione a scarpiera ed armadio.
Ritirare le sue carte di credito e sfilargli il Rolex, quindi , ricordarsi ,  l’indomani ,di  bloccare i suoi conti e sostituire i tre palmari  che ha in dotazione con un onesto Nokia con scheda ricaricabile a sue spese.
Prima che lui dorma, sincronizzate la sveglia alle 5.30 e mettete accanto al suo letto : un jeans cinese che pizzica sulla pelle, una felpa, giubba e scomode snickers.
L’indomani, recatevi in stazione con una  panda  con annesso spiffero dal  finestrino che dopo  2  Km di strada potrebbe mettervi a rischio di paresi facciale e fare, i consueti, tre giri di piazzale per  trovare il  parcheggio.
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Fila per il caffè, fila per prendere posto sul treno, non ci sono posti ,quindi , accovacciarsi  sui gradini della carrozza. Un ‘ora e mezza di viaggio, verso le ultime fermate, prima dell’arrivo a Roma quando i vagoni straripano, far posizionare il politico verso gli effluvi dell’umanità presente ed assicurarsi che gli arrivi il puzzo di sudore, qualche folata di alitosi o, peggio ancora, gli effetti di un micidiale peto.
Arrivati a Termini, correre alla fermata del 170, lottare per un posto e, nel caso di sconfitta, abbandonarsi tra la braccia di una folla che ti palpa, ti spinge, ti struscia, ti monta e ti smonta. Poi, catapultato fuori con la circolare quasi in corsa, fargli osservare 8 ore di lavoro di fila, con la sola  pausa pranzo; panino e caffè.
Al ritorno, sottoporre il politico allo  stesso  rito dell’andata  con la differenza che il treno partirà in ritardo, non ci sarà riscaldamento e  la panda non ripartirà a causa  della morte precoce della batteria.
Al rientro a casa, oltre che ad una moglie incazzata e tre  figli noiosissimi, recapitare nelle mani dell’onorevole   le bollette di: acqua , luce, gas, telefono ,  nettezza urbana, la rata del  mutuo di casa , quello della tv nuova ed infine la richiesta della scuola di euro 70 per gita scolastica.
Cena: piatto di pasta, piselli freddi e una fetta di petto di pollo e , gran finale, un goccetto di limoncello fatto dalla suocera.
Prima che lo “splendido” si addormenti , accertarsi che abbia un attacco di ansia e di preoccupazione per come arrivare alla fine del mese , poiché, contrattualmente, gli è stato accordato uno stipendio netto in busta paga di euro  1.217 che gli consentirà di arrivare solo fino al 15 del mese, con qualche stento.
Ecco che dopo 10 anni di questa esistenza, alla società verrà riconsegnato, un onesto lavoratore che con senso quasi civico, raccoglierà la cacca del suo cane, si farà fare tutti gli scontrini fiscali e pagherà il suo dentista in nero per avere lo sconto.
Le sue domeniche saranno fatte di chiacchiere al bar del centro, partite di calcio in tv e dopo il pranzo sarà assalito da una cupa depressione al solo pensiero di ricominciare la settimana lavorativa.Prenderà il panettone a Natale, l’uovo a Pasqua, gli faranno in media 3 multe all’anno che dovrà pagare e, finalmente, verserà con fastidio ma, regolarmente, le sue tasse come altri milioni di cittadini.
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L’uso della corsia di sorpasso, del lampeggiante, della scorta, le spigole al buffet della Camera, i doni degli imprenditori e magari qualche mazzetta, i rossi ignorati, i pied-a -terre, l’aula, le raccomandazioni richieste ed esaudite, i segretari e i portaborse, le addette stampa bellissime,le società controllate dai suoi familiari, pranzi e cene a scrocco, vini pregiati, voli, missioni, talk show, stipendio e rimborsi a colpi di decine di migliaia di euro, hotel luxury o a stelle infinite ….saranno dei vaghi ricordi.
Certo, per qualche anno ancora popoleranno i suoi sogni ma, ci sarà sempre, come condanna, la baritonale voce del controllore del treno che lo sveglierà dicendo “ Mi scusi Signore, salve, mi mostra il biglietto, per favore”.
 
 

La storia di Lampo

Vi racconto una storia vera.
Questa è la storia di un cane randagio che per molti anni fu il migliore amico del ferroviere Elvio Barlettani e di sua figlia Mirna. Lampo (chiamato così dal ferroviere perché comparve all’improvviso) scese un giorno da un treno merci alla stazione di Campiglia Marittima (Maremma) e lì decise di stabilire la sua residenza. Lampo, bastardo, dormiva nella stazione, ma al mattino saltava sul treno locale per Piombino per accompagnare Mirna Barlettani a scuola e riprendere, subito dopo, il treno per Campiglia. Nel pomeriggio ritornava in treno a Piombino per riaccompagnare Mirna a casa da scuola. Solo a sera tornava a Campiglia dal suo amico Elvio.
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Conosceva l'orario dei treni, le coincidenze, le fermate, distingueva tra i vari tipi di convogli e quando saliva su un treno non si allontanava mai troppo da Campiglia dove aveva il rigoroso compito di accompagnare a scuola la piccola Mirna.
Un giorno il cane rimase intrappolato in una porta ed il treno in partenza dovette essere fermato per liberarlo. Questo evento fu osservato da un ispettore e fu quindi ordinato che il cane sparisse: fu deciso di caricarlo su un treno per il lontano sud, con le istruzioni di abbandonarlo in aperta campagna, lontano da ogni stazione. Dopo cinque mesi, malato e ferito, Lampo tornò. Divenne famoso e finì sui giornali nazionali ed esteri. Fu anche filmato da diverse troupe televisive straniere.
Il passeggero di un treno, che dichiarò di riconoscere il cane, sosteneva che Lampo era stato abbandonato accidentalmente a terra nel porto di Livorno da una nave americana. Sembra che il cane fosse veramente affascinato dal mare quasi quanto il bene che voleva a Mirna ed Elvio.
Ma il destino riservava un altro dolore per Lampo, il peggiore, infatti, ormai vecchio, fu ucciso da un treno nel 1961, mentre si recava all’appuntamento giornaliero con il suo amico ferroviere.
Oggi, una statua in suo onore è stata eretta nella stazione di Campiglia Marittima e Lampo osserva tutti i treni passare, tutti.
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Di certo, ciò che uccise Lampo fu la sua tanta voglia di viaggiare, di scoprire il mondo di quegli uomini che tanto amava e nel quale si era talmente immedesimato da dimenticare le sue origini di modesto bastardo senza casa.
Forse non lo saprai mai lampo ma, quel tuo andirivieni ha, oggi, il senso di non lasciarci ipnotizzare dalle regole e dalle leggi che ci sono imposte dal sistema e, rimarrai con la tua storia, un vero esempio di libertà, fedeltà e perdono.
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Ciao Lampo, se potessi ti abbraccerei.

Messaggi in bottiglia.

Qualcosa di scritto, arrotolato e affidato ad una bottiglia nel mare magnum dell’era web 3.0

Una bottiglia trasparente con un appunto in cerca di qualcuno ma, che, il mare, potrebbe trattenere per sempre, spiaggiare e ricoprire di sabbia o più, semplicemente, indirizzare verso Capo Horn. L’infinito.

Caso, fortuna, tempeste, indifferenza o un tappo malfermo: il destino che gioca una partita senza pari.

Ma le parole rimangono anche senza un destinatario che le legga.

S’infilano indenni tra le eliche delle imbarcazioni, fluttuano tra alghe e pesci sonnacchiosi e sono capaci di virare di colpo evitando lo sciabordio delle onde o le buie profondità.

Un urlo, una burla, un amore finito o infinito ma anche un addio alla vita o una semplice considerazione, costituiscono, comunque, la dignità delle parole ed il loro potere immaginifico.

Ci sono mille modi di essere o sentirsi schiavi ,oggi , ma, le parole, il pensiero lanciati in mare e nel vento, ci rendono liberi, infinitamente liberi.